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Cuccìa

Le cose andavano di bene in meglio. Una domenica di estate non avevo che fare.  Presi un depliant che diceva di una sagra. Aveva delle spighe fatte a mazzo di gladioli. Dopo la calura nel pomeriggio si affacciarono le signorine vestite a carnevale, una sfilata in costume con gli stessi colori giallo e rosso che sembrava Siviglia. Invece era a Raddusa che tradotto vuol dire la profonda campagna della miseria con assessori che parlano di progresso, un cittadina piana di raddo, lo sporco delle mandrie.

Chiesi di un guinzaglio per il mio cane. Tante volte la signora si spagna. Mi consegnarono un piatto di grano e ceci. Sapeva di cose buone fatte a mano. Era una specie di manna inventata dai greci, i civilizzatori dei pastori di pecore.

Devi lasciare per tre giorni i cicchi nell'acqua. Cosi rimollano e diventano tondi. Ci aggiungi i ciciri e cuoci per la sera. Oggi perciò ci volli provare. Avevo i fagioli e ho aggiunto spinaci, l'altra versione con sanapi mi parse amara. Per terminare la Cuccìa formaggio primo sale grattato e olio d'oliva.

Si può vivere di grano, verdure e cereali secchi. Ci vuole anche un posto per sentire il sole e il vento pungere le ossa e le ginocchia. Il sorriso di una bambina che diventa donna, una madre china sui fiocchi di seta attorno ai fianchi e il cappello di paglia per conservare l'ombra sugli occhi grandi che guardano il nuovo mondo.

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