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Lettere spaziate

Ricevo la tua lettera oggi dopo un anno.
A novembre ci siamo presi e lasciati e a novembre torniamo sempre a parlare.
e ci parliamo senza parlarci veramente, ognuno per conto suo in città diverse,
mentre torniamo a casa ognuno alla sua casa,
e ci diciamo, pensando, le stesse cose che ci siamo dette sempre,
ci prendiamo da una parte e ci abbracciamo senza fine.

Perchè ormai dopo trenta anni non siamo solo noi due che abbracciamo,
ma qualcuno e qualcos'altro oltre alle nostre vite,
stringiamo nel petto dell'altro, dell'altro che ci appartiene
dobbiamo restare insieme per questo adesso e per un altro pezzo.

Poche scosse nella vita, una scossa per i nostri venti anni,
sulla panchina senza spalliera a cavalcioni uno contro l'altro,
un braccio di ferro senza sfiorarsi se non con le braccia,
nelle strade lucide di una piazza rotonda sotto l'obelisco,
in una stanza di tre metri e la sua tavola rotonda,
sulla sedia rossa di un cinema vuoto all'intervallo
con le ginocchia appese al sedile davanti e la tua testa sulle mie spalle,
e la mia testa dentro il tuo seno e noi soli a goderci il senso
di questo stare insieme dopo pioggia, le foto, il gilè sulla pelle e le carezze.

Come è possibile che sia successo tutto questo non lo sappiamo,
ma più il tempo passa e più questo treno merci carico di merci viene addosso
e ci sovrasta e ci rincorre, più andiamo verso il senso della nostra strada e più
il treno di cose lontane nel tempo diventa un respiro come un rantolo dentro di me e di te,
che stiamo appresso ai nostri giorni e alle nostre serate.

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