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Cicco e Cola

Il vento muove le onde di spighe, le raffiche arrivano sulla faccia come delle carezze. Tra un mese questo mare diventerà giallo e la trebbia di Vito farà il suo lavoro. Due cuccioli di cane vengono incontro. Poi tornano a sedersi nell'erba, sul ciglio della strada. Uno è bianco e di pelo corto, l'altra è marrone. Qualcuno li ha portati lontano dalle madri e abbandonati.

Intorno non ci vedono case abitate, gli Spirdi sono andati via e anche i Badetti di Nicolosi hanno lasciato perdere di trafficare con pentole di rame per la ricotta. I due cuccioli sono abbastanza grandi da fare quattro passi. Hanno le pance ancora piene di latte. Chi potrà dargli da mangiare ora che sono rimasti soli? Quanto tempo potranno ancora restare a difendersi dallo sparviero che gira sopra il campo di grano?

Cicco e Cola barcollano e scodinzolano attorno alle scarpe. I cani da pastore, da grandi, abbaiano sul finestrino e scendono in picchiata verso le ruote della macchina che sorpassa il gregge. Nonno Turi aveva comprato un gregge e, incluso nel prezzo, anche il pecoraio. Il Brontese viveva insieme agli altri ragazzi nella masseria, alle quattro di mattina andavano fino a Paternò a portare il formaggio o accendevano legni di ulivo per bollire. Abbiamo ancora un pistacchio che aspetta i parenti specialisti del brontese per l'innesto definitivo.

L'asfalto intorno a Cicco e Cola si è rovinato da quando la strada è consortile, ogni tanto la macchina affonda e rimbalza come un veliero allo stravento sul mare. Le rondini volano in cerchio, spezzano una forma ovale e aprono le bocche verso il cielo. Potrei portarli via con me in una grande città questi due tipi. Imparerebbero le buone maniere, avrebbero un posto dove giocare e un padrone con il sacchetto per raccogliere i bastoncini di merda.

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