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Le cozze di Ganzirri

Devo tornarci con te. Abbiamo fatto un giro per la piazza dell'orologio ma non basta. La prossima volta tocca al laghetto con la sua barca di luci colorate e i ristoranti per i nuovi ricchi e le loro donne. La mussaka era buona, mi sembrava di mangiare un pezzo di seno compresso sul tavolo. Eri bianca e rosa allora nel duemila e rotti, dovremmo seguire i piani originali. Una birra seduti davanti al mare e poi le cozze dei laghi di Ganzirri con aglio, prezzemolo, pomodorini. Si segue la riva del mare dell'Orca in cerca dei laghetti artificiali e poi di sera entri nel primo bar e chiedi la specialità del dolciume di bignè con la glassa di cioccolata bianca e nera.

Sono poveri gli abitanti dello Stretto. Vivono in un paradiso di colori e di profumi senza farci caso. Il pescespada lo avvistano sul trespolo delle barche. Di fronte c'è Scilla, il mare con la corrente e la montagna.  In quanto alle cozze lasciamo perdere la ricetta francese. La bambola venuta dal Rodano, Mascherella, aveva messo latte e vino bianco, uno spumante secco, poi pepe nero. Erano buone e profumate, le aveva fatte per me e le sue tette erano più grandi del piatto, almeno quella destra. Il latte sulle cozze aveva messo e poi si era stesa come una mummia o una gatta che sta sempre in guardia.

Tu, però, hai un difetto. Chissà come sei adesso, in fondo sei calabrese delle montagne. Come l'architetto Melia di Serra San Bruno, quello che portava a Roma la fidanzata bambina e la suocera guardiana dal seno gigante. Eri troppo piena in fondo verso l'ombellico quando ci siamo baciati per tre quarti d'ora. Potevo affondare le mani e non trovare più nulla. Invece Mascherella era troppo magra alle ginocchia. Colpa delle scuole medie e delle palestre senza insegnanti. Tutte e due come le sirene, il mezzobusto da esposizione, e l'altra metà come la coda del pesce spada.

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